Articoli e notizie di carattere storico, culturale, tradizionale bustocco

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 Storia della processione delle anime dei morti a Busto Arsizio

La processione delle anime dei defunti



21 novembre 2010

A utàva di morti
(liberamente tratto da uno scritto di Carlo Azzimonti)

Laddove oggi si trova il giardino pubblico di via Ugo Foscolo, come quasi tutti sanno, esisteva il cimitero di Busto Arsizio, che tale rimase fino alla creazione dell’attuale grande camposanto in Via per Lonate.
Era stato creato accanto alla chiesa di San Gregorio, nata nel XVII secolo come lazzaretto per curare gli appestati al di fuori delle mura del borgo.
A quei tempi i morti venivano sepolti sotto poche spanne di terra sicchè era frequente che, nei mesi estivi, causa la formazione di gas da decomposizione, si verificasse il fenomeno dei fuochi fatui, fenomeno che, nella superstizione dei tempi, diede luogo a molte leggende. Fra le tante una è degna di venir ricordata perché, che sia leggenda o sia episodio davvero accaduto, ha un alto significato morale ed umano. Si diceva che nella settimana dei “morti” fra la mezzanotte e l’ave Maria delle 6 del mattino, i defunti del cimitero di San Gregorio uscissero per andare a recar visita a quelli del mortorio della chiesa di San Giovanni. Questi ultimi, accompagnavano i morti del cimitero principale fino a san Gregorio e poi se ne tornavano al loro posto a San Giovanni.
In quella settimana era pertanto sconsigliabile girare per Busto di notte.
Accadde però che un tizio dovette uscire in cerca della levatrice (a cumà) di notte ed in “strá Baséga” (via Milano) incappò nel corteo di ombre, ognuna delle quali teneva il braccio teso e sul dito indice della mano era accesa una fiammella brillante, come il lume di una candela.
Il Corteo silenzioso avanzava ed il percorso andava dalla statua della Beata Giuliana a cuntrá Campanén (Via Monsignori) in cuntrà Paié (Via Roma) per finire al campo santo di San Gregorio.
Il poveretto però notò che vi era un’ombra che aveva il dito “spento”, senza fiammella.
Questi allungò il braccio al pover uomo che lo afferrò. Il braccio si staccò dall’ombra (che ne rimase mutilata).
Fu il prevosto a fornire una giusta e ortodossa spiegazione.
Le anime col dito “spento” eran quelle dei defunti di cui nessuno più si ricordava, per cui nessuno più recitava preghiere: anime dimenticate bisognose di aiuto.
Consigliò così all’uomo di pregare per quell’anima, sicchè potesse renderle il braccio, questa volta con la fiammella accesa.
Così fu. E l’anima fu tolta dal buio perenne.
Dopo questo evento, nacque l’usanza delle famiglie di recitare una speciale corona di rosario per le anime dei “morti da nisön”, anime anonime di chi non aveva più parenti sulla terra che si ricordassero di loro.
Fin qui la leggenda, la storia, il racconto ripreso dal grande Carlo Azzimonti.



Ora, l’immagine dell’anima con la fiammella spenta mi ricorda un giorno in cui – passando per l’attuale grande cimitero di Via Lonate - vidi una tomba in abbandono: fiori secchi, sporcizia di foglie sparse, molta polvere e persino le foto dei defunti cadute, piene di polvere a loro volta. Non ricordo nemmeno i loro nomi, a distanza di tempo.
Ricordo che fui colpito da grande tristezza.
Avevo fretta, come sempre, come ogni giorno.
Eppure mi fermai, alzai le foto, le rimisi in piedi, un po’ rozzamente spazzai via le foglie secche e, mentre lo facevo, a mio modo, pregai per loro.
Mi piace immaginare che da quel giorno il loro indice si sia riacceso…..


Enrico Candiani


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