Madonna in Veroncora - di Carlo Azimonti - Bustocco

A Madòna in Veronca, fra storia e leggenda



In Verònca: in ves’ ai ronchi. Verso le selve.
Bisogna risalire... ai tempi. Quando un bustocco dice “ai tempi”, la sua mente vaga per un passato senza limiti, “Ai tempi” può voler dire cinquanta anni, cinque secoli o più millenni.
Quando vuol precisare che son passati secoli e secoli e vuol riferirsi ad epoca immemorabile, ribadisce la espressione: “ai tempi dei tempi”. Per parlare della Madòna in Verònca occorre accennare precisamente “ai tempi” ed ai “tempi dei tempi”. In questo caso la storia poco soccorre, bisogna attingere dalla leggenda.
La storia fornisce dati pochini, aridi e scarni e si arresta ai secoli recenti. La leggenda, per contro, è ricca di particolari e illumina il buio dei secoli lontani con delle fiamme che ardono sempre, poiché traggono alimento dall’immaginativa e dalla fantasia che ha, fra l’altro di non essere smentita.
L’attuale cappella della Madonna in Verònca, sarebbe sorta... “ai tempi”, nientemeno che su un rudere pagano, residuato forse di un Tempio dedicato al culto dei precristiani, i quali si recavano ad implorare dalle loro divinità protezione alle selve ed alle foreste. Il che trarrebbe a credere, se la leggenda potesse tener luogo della storia, che “Verònca” preesistesse alla nascita di Busto. In questo caso bisognerebbe proprio usare il ricalco “ai tempi dei tempi”. Occorre saltare piè pari molti secoli per arrivare al piccolo “zizieu” situato alle quattro strade traversanti la grande boscaglia, che non aveva nè capo nè fine.
È certo che fu tempo in cui il coltivo era limitato a poche centinaia di pertiche di terreno e poche case formavano l’agglomerato di Busto. Il resto, sterminata boscaglia con delle oasi di brughiera.
La gente che si trasferiva da un paese all’altro, difficilmente attraversava l’abitato.
Ricorreva preferibilmente alle vie di campagna e dei boschi. Non solo per accorciare il cammino, ma altresì per evitare noie. Ogni agglomerato di viventi, aveva i suoi usi, suoi costumi, sue leggi e suoi padroni. E come i padroni cambiavano di frequente e con essi le leggi e i regolamenti, per non “sapere nè leggere nè scrivere”, per evitare, cioè, pedaggi taglie e cattivi incontri con gli sgherri degli scagnozzi dominanti, prendeva le straducole nascoste e deserte, pensando ch’era minor male l’incontro di un ladro piuttosto che di una griglia di governo o di una vessativa comunale.
Alle quattro strade di Verònca sostavano quelli che venivan da Como diretti ad Abbiategrasso ed oltre; quelli dalla Val d’Olona dovevano giungere al Ticino e passare all’altra sponda.
Mentre davan riposo alle gambe e fiato ai polmoni, seduti su una pietra, sgranavano il rosario e rivolgevan preghiere al Cielo, affinché fornisse loro un viatico di protezione.
Il “zizieu” serviva anche come posto di ricovero in caso di bisogno. I viandanti di una volta, quelli che cavalcavano il cavall di S. Francesco, appena avvistavano all’orizzonte il levarsi di una nube minacciosa, calcolavano il tempo che la nube avrebbe impiegato ad arrivare ad un “zizieu” di ricovero. A seconda della distanza calcolata, tornavano indietro o procedevano innanzi, per non lasciarsi cogliere alla sprovvista. Il “zizieu” di Verònca salvò la vita ad un povero “murnè” (mugnaio) il quale seppe ricordarsi della grazia ricevuta. Per opera di questo “murnè” il minuscolo “zizieu” si allarga e si sviluppa fino a diventare una Cappella dotata di un corridoio e un porticato. Per il ricovero degli uomini e delle loro bestie.

“Ai tempi” i mugnai della nostra zona tenevan le loro macine a pale sull’Olona, utilizzando come forza motrice la corrente costante dell’acqua del piccolo ma prezioso fiume. A Legnano, A Castellanza, alla Garottola, a Solbiate, a Fagnano, in ogni paese della Valle, erano in funzione uno o più mulini che servivano i paesi delle due rive sull’altopiano. Tracce di questi mulini vi sono tuttora e qualcuno anche in attività. All’epoca di cui discorriamo i mugnai si erano divise le zone di lavoro, per evitare concorrenza dannosa e sciupio di tempo. Quello che “faceva” il territorio di Verghera, Cardano, Samarate, infilava Strà Olgiate e, passando a nord di Busto, attraverso Verònca, raggiungeva i cascinali di sua pertinenza e toccava le località indicate. Raggiunto il carico rifaceva il percorso a ritroso. Un giorno lo colse il temporale in piena boscaglia ed a stento riuscì a trovare salvamento al “zizieu” di Verònca. Ma il “zizieu” era tanto piccolo che non poteva accogliere anche il cavallo, sicché la povera bestia fu massacrata dalla tempesta.
Lo scampato mugnaio, in segno di riconoscenza alla Madonna della quale era devotissimo, fece allargare il “zizieu” e fece erigere anche un portico per il ricovero del bestiame nel caso di estremo ricorso nei momenti in cui la burrasca imperversa sulle selve come sul mare.

Così il “zizieu” divenne una cappella dedicata alla Madonna dei “ronchi”. E ci fu poi anche un lascito per un certo numero di messe, da celebrarsi la domenica e nei giorni festivi, allo scopo di risparmiare tempo ai contadini di quei paraggi e far si che potessero soddisfare ai doveri religiosi senza percorrere la lunga strada che adduce alla parrocchia di San Michele. Sulla facciata d’ingresso al porticato di Verònca si vede ancora un affresco tutto screpolato nel quale è raffigurata l’annunciazione. A sinistra di chi guarda, l’Angelo; a destra, la Madonna. Ciò spiega come a Verònca convengano, da tempo immemorabile, il secondo giorno delle feste pasquali, alla Festa dell’Angelo, le genti di Busto a rendere testimonianza alla Madonna dei “ronchi”.

***


Verònca ha sempre ispirato i bustesi, attratti dal fascino che offre la seducente posizione in cui si trova (vecchio confine della città con le selve e la brughiera) e dalla leggenda di miracolosa protezione della Madonna per i viandanti e per la gente dei campi. Ad un certo momento, la Cappella cadde in abbandono e sembrava che stesse per crollare, quando intervenne nel 1908 la munificenza del compianto Ernesto Tosi a trarla a salvamento.
I restauri accesero discussioni per il lato artistico ed estetico, ma i bustesi non possono non essere riconoscenti a chi impedì che Verònca diventasse un ammasso di rottami. Ernesto Bottigelli, in una bella poesia, in schietto “bustocco”, ricordò i fasti di Verònca ed Enrico Crespi sul Tempio, con altra “bustocchissima” poesia, vi esumò la leggenda di S. Grato (la cui statua sta in testa al campanile di Verònca), tratto dall’altura a furia di popolo con un cappio al collo, per punirlo di avere, in un anno di siccità, fatto piovere grandine invece di acqua. Venne poi chiaro, che S. Grato “gha n’inpudèa nagùta” e che la tempesta era stata cagionata da una furibonda zuffa accesasi fra le feroci streghe di Verghere e le zaccagnine streghe della Ponzella. Riconosciuta la sua innocenza, S. Grato, con molte scuse e con i dovuti onori (che non valsero tuttavia a cancellargli le ammaccature) venne ricollocato al suo posto di osservazione, dove troneggia sempre.
Ora Verònca è circondata da campi ben coltivati e le costruzioni giungono al limitare della sua soglia. Busto si allarga, progredisce e si dirama in ogni senso.
Dopo una breve parentesi di pochi decenni, l’agricoltura riprende e Verònca non è più tra le selve, ma in mezzo alle piane di grano e di melgone. Come è lontano il tempo in cui di quei paraggi si aggirava ancora (almeno si aggirava nella memoria dei nostri vecchi) un misero lupo randagio, vecchio di cent’anni incapace di tornare ai monti donde era calato anni addietro, un lupo che viveva della carità pietosa dei cani ! Un lupo ridotto ad ossame ambulante, con gli occhi semispenti, denominato il Dènciu Bufètu, a cagione dell’ultimo dente rimastogli che gli fuoriusciva dalle labbra e dalle gambe posteriori sgangherate, sicché, camminando, si aprivano e si richiudevano come un soffietto !
Eppure così malconcio, reso inoffensivo, quanta paura incuteva ancora ai bambini, i quali peraltro, non l’avevan visto che nei racconti delle mamme... Certo piace riandare con l’immaginativa all’epoca in cui nella boscaglia senza limiti crescevano i funghi a “cavagnate”, le fragolette rosse formavan tappeti larghi un miglio e larghi dieci, le castagne cadevan dalle piante a quintali, le nocciole formavan boschetti nel gran bosco ! Gli scoiattoli facevan gare atletiche sui rami, gli uccelli spessivano sulle piante più ancora che le foglie, le lepri saltellavano a frotte come conigli e intere tribù di porcospini mondavano la boscaglia dagli insetti nocivi e davan caccia alle vipere !
L’Orbo Grisòn, il corvo cieco, dominava, non più con la vista, ma con l’udito, dalla testa di S. Grato, l’immenso panorama e a tentoni scendeva a beccare le bricciole che intorno a Verònca lasciavano i pellegrini che sostavano a far colazione... alla mano: ”pàn e fregüi”. Se spirava il vento da Ticino, l’Orbo Grisòn udiva l’eco del gracchiare dei suoi simili di stanza ad Oleggio e rispondeva con l’ultimo filo della sua rauca voce. Morto il Dènciu Bufetu, morto l’Orbo Grisòn , anche la boscaglia agonizzò e si disperse. La Madònna in Verònca rimase...
Alla Festa dell’Angelo, dopo Pasqua, i bustesi ritornano in folla in Verònca a continuare una secolare tradizione e a “mangià insalata e ciapi”.




Da “giornate bustocche” (1937) Carlo Azimonti


Altre composizioni di Carlo Azimonti