Quando arrivava l’estate

nel piccolo mondo sacconaghese
Per quello che rammento delle cose di fanciullo, ma si sa che i ricordi patiscono la Fata Morgana, un tempo le estati non scoppiavano, venivano avanti per piccoli segni, sempre ricorrenti nei costumi ancora in gran parte contadini.
Uno era il rumoroso rotolare delle ruote di un carretto sul selciato, già nel primo chiarore dell’alba.
Sento mia madre che si avvicina al letto: “Sü, sü ca ga pássa già i caratòn! “. La nonna (ma come mai tutti i ragazzi di allora avevano una nonna in casa?), sull’uscio, sgranava una manciata di fagioli che teneva sul grembiule di cucina (ul scussá da magnàn). Sgranava seduta sulla “sua “ cadraghéta ( perché tutte le nonne avevano la loro esclusiva seggiola dalle gambe corte) e bisbigliava le preghiere del mattino.
Il vecchio Sassu, bel testone di capelli bianchi e uomo di grande cortesia, spingeva il mio portone e dava la voce alla nonna: “Ciáu né, Rusina. Sé dré a paagiá a minestra?”
Poi si avviava ai gradini del sagrato della Chiesa Vecchia. Lì lo raggiungevano ul Puiàn e ul Ciaschén, lì seduti facevano colazione con pane giallo e pancetta.
Oh si, gente, a Sacconago era davvero estate!
(Questi tipi avevano sì nomi e cognomi da cristiani e italiani ma non a Sacconago dove si aveva diritto solo al cognome e alla storpiatura dialettale del nome. Pidrèn-Pietro, Lüisótu-Luigi, Carulö –Carla, Carolina. C’era in quella benedetta Sacconago un tale che aveva anche la mucca di nome Carulö. e da qui ne veniva la filastrocca sinaghina:
Carulö fa ul laci-cì
tri sidèl al peciu-ciù
)

Scusate, mi sono lasciato prendere da queste bislacche divagazioni.
Torniamo ai segni dell’estate. Ed ecco le mezze maniche che le donne tenevano nella borsetta per infilarle sulle braccia nude (uno scandalo!) prima di entrare in chiesa; erano delle stessa stoffa dell’abito e si chiamavano i giambón, prosciutti. (Le maniche o le braccia delle donne?)
Nessuno degli uomini, specialmente gli anziani, osava andare a Messa o seguire una processione in maniche di camicia. E dire che il sole picchiava forte. Nell’ora meridiana sembrava che accrescesse il vigore per il frastuono delle cicale, un frinire incessante di cui conservo solo il ricordo ma non odo più il suono. Dove sono finite? E dove anche i loro amici grilli che alla sera ereditavano e proseguivano il concerto delle spensierate amiche? E dove il brillio delle lucciole? Se ne vedono, ma di sparute e timide, più propense a spegnersi che ad accendersi.
Passava, all’inizio della rovente giornata, a caratèla dul Murlácu da Bursàn. Era il carretto del ghiaccio col fondo di lamiera zincata. Agguantava il pane di ghiaccio con l’arpione, lo spezzava in due con l’accetta e, avvolto nella bisaccia, te lo portava in casa nella ghiacciaia (giascjö): due lire. Chi li aveva , ma erano pochi; la maggior parte teneva il burro in un secchio di acqua fresca. Mi par di sentire ancora il richiamo: “L’é ua da cambighi u acqua al bütéu!“
Segno estivo era l’immancabile temporale che si scatenava il pomeriggio del 29 Giugno sulla processione di San Pietro: Si alzava il vento, incombeva la nube nera e si alzava pure il canto a squarciagola: “Inni e canti sciogliamo fedeli al Divino Eucaristico Re!”. Sembrava più un invito a “sciogliere” le file e riparare di corsa in chiesa.
Apparivano sulle portine delle osterie tende di fitte cordicelle, tinnivano perché avevano appese lunghe file di tappi metallici su cui leggevi: Acqua Giommi, Agretta, Birra Poretti. Dai soffitti delle botteghe pendevano le carte moschicide dove facevano un gran ronzare le mosche intrappolate dal vischio mieloso. Andava forte anche la pompetta del Flit
* * *

Ci fu un’estate, l’Agosto del 1944, torrida e sciagurata dove le notti erano paurose per un rombare sordo di motori che veniva dall’alto; poi il rintronare cupo delle esplosioni: bombardavano Milano.
Noi, dispersi nei campi, guardavamo il cielo che sopra la città si arrossava di fiammate sinistre. Le sirene d’allarme ululavano incessantemente. La gente, scappando da casa, si portava dietro documenti e soldi. Anche una ragazzina spaventata stringeva il suo tesoro: le scarpine nuove, regalo della Cresima.
* * *

Volevo chiuderla qui, ma devo dire di un peso che ormai si e fatto soffice e lo dico non per sterile nostalgia e nemmeno più con rimpianto, è soltanto tenerezza di ricordi, una dolcezza lontana.
Mio nonno Ambrogio aveva un campo in quel della Madonna in Campagna. Era un campo irrigato dai fossi che partivano da oltre la Ferrovia Nord. A volte, in estate, gli toccava il diritto d’acqua nelle ore notturne.
Mi diceva sempre. “Qualche volta ti porto con me di notte ad alzare le paratie che fanno scorrere l’acqua nel mio grano turco” Ve la immaginate l’attesa di un ragazzino per un simile avventura?
….Non mi ha mai portato.

Ginetto Grilli



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