All'alba del secolo - Natale a Busto ad inizio '900



Le donne dopo il pranzo natalizio
si permettevano di bere il caffè



Le tradizioni, gli usi ed i costumi del secolo scorso non muoiono con l’apparire del secolo nuovo, ma permangono per alcun tempo ancora.
Natale era un grande avvenimento, sospirato fin da qualche mese prima. Nelle famiglie il Natale era contrassegnato dalla presenza del ceppo. Anche quei pochi che possedevano la stufa, la Nascita era solennizzata dal ceppo ardente.
In quei tempi esisteva una specie di autarchia familiare.
Tutto era in casa. Il latte, il burro, il formaggio dolce, la verdura fresca e secca, l’olio la legna e l’acqua, perché ognuno aveva il suo pozzo.
La moneta per la piccola spesa si esprimeva con le uova, accettate da tutti per cinque centesimi l’una. Ciò premesso, si spiega come “ le grandi spese” si facessero per Natale. Alcuni giorni prima facevano la loro apparizione le oche a migliaia e migliaia. I negozi e le bancarelle esponevano oche a montagne. Le migliori a 95 centesimi al chilo, le miserelle a 70 centesimi.
L’oca stava alla base del pranzo natalizio, dopo che nell’arrostire aveva lasciato tutto il grasso, che serviva più tardi per condire la zuppa.
I tacchini apparivano soltanto sul desco dei benestanti e dei ricchi. I tacchini veniva venduti nei retrobottega per evitare il pubblico scandalo.
I macellai si rifornivano di bestiame scelto, appositamente allevato. Che spettacolo!
Da via Milano a Piazza Santa Maria era una meraviglia, un incanto.
Vitelli col “naranzo” in bocca, buoi ingrassati con la carne rosea e con le corna imponenti.
La carne bovina serviva per fare il brodo per il risotto mantecato col salamino di strutto.
Alla vigilia arrivavano quelli di Olgiate con sacchetti di polli da barattare con una grossa testa di bove. Essi sapevano il perché. Conoscevano la loro convenienza.



Tutti gli esercenti, alla clientela affezionata, davano la “dafesta” (il regalo in natura). I macellai distribuivano frittura, i salsamentari salamini e formaggio, gli osti bottiglie di vino. Era questo un segno di cordialità.
La sera della vigilia, Piazza S. Giovanni e Piazza S. Maria erano il richiamo di tutta la popolazione. Splendenti ed abbaglianti fari illuminati ad acetilene, radiavano su montagne di frutta: “pom, naranzi e portugai”. Le donne coi bambini alla mano, facevano ressa per riempire le loro sporte. I ragazzi, dinanzi a tanto ben di Dio, rimanevano come imbalsamati.
I venditori e le venditrici, facevano un baccano del diavolo per richiamar gente.
La notte di Natale il Bambino Gesù riempiva la scarpa dei piccoli posta alla finestra.
Che gioia al mattino. Il Bambino aveva messo nella scarpa una “cremunesa”, quattro fichi secchi, una mela e un arancio. Che cuccagna! A quei tempi i panettoni non erano in vendita. Solo i panettieri di lusso confezionavano dei panettoni che regalavano ai loro clienti abituali. La povera gente faceva, per i ragazzi, il pane casalingo impastato con gli acini di uva americana. Questo il panettone di allora.
E’ Natale: “ul pan cunt u uga”.
Le donne, dopo il pasto di Natale, si permettevano il lusso di bere il caffè miscelato con molta cicoria. Gli uomini, di caffè non ne volevano sentire parlare. Meglio un bicchierotto di quel buono. Accanto al ceppo crepitante si strologava il tempo per il prossimo anno.
La sera pastina in brodo, poi a letto a dormire. Tutta semplicità. Molti anni sono trascorsi, la vita non è più quella. Altri tempi.
Eppure noi ricordiamo il Natale d’una volta con molta nostalgia. Forse perché eravamo giovani.
Ma anche i vecchi erano contenti. Oggi contento non c’è più nessuno.




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