Natale a Busto Arsizio



Il pranzo di Natale


Natale: un giorno diverso

A Natale mangiano tutti, a Busto come in ogni altra località sia d'Italia che del mondo.
E mangiano differente del solito e più del solito. E' tradizione del Natale festeggiare con una buona mangiata. La Tradizione risale a tempi antichissimi, decisamente anteriori alla metà del XIX secolo.
Qui di seguito, riportando quasi alla lettera ciò che ha scritto il Grande Carlo Azzimanti, riporto ciò che i Bustocchi erano usi mangiare quando il Natale, esisteva una sola volta l'anno.
Oggi, come si sa, è Natale tutti i giorni. Quindi, non è più, purtroppo, nulla di speciale.
Al fine di poter mangiare più del solito c'era persino chi, un paio di giorni prima, prendeva un purgante per svuotarsi adeguatamente e così avere molto spazio per riempirla il giorno fatidico. Si racconta che ci fosse chi si massaggiava le mascelle per una settimana onde fossero ben allenate alla lunga masticazione che le aspettava il Natale.
Un Büstocu tradizionalista non prenderà mai, la mattina di Natale, il latte, perché il latte si mangi generalmente tutti i giorni del calendario, ed a Natale occorre fare diversamente. C'è il brodo di carne e cappone, cosicché - di buon ora - si assume una zuppa o un bröu e vén, ottimi a predisporre lo stomaco al pantagruelico pasto che aspetta.
Poiché tutti i giorni si mangiava a mesdì, a Natale si deve mangiare almeno alla una, continuando fino a quando ul stomagu al refüda ul mangià. Il vecchio detto era: pütos che roba vànza: crepa panza !
Cosa si mangia(va).

Qui di seguito il listone riportato da Carlo Azzimanti:
Capo primo: quatar fraschi da salàm mistu e un par da sarditti.
Capo secondo: una bèla fritüina da fidigu, cuadèla, cöi e cervèla
Capo terzo: Manzu a lessu e capòn cun döntu ul pién, da mangià cun quatar peverunitti muiài in dul sa, e quatar furzelinài da insalata verda.
Capo quarto: Una bona pastina cun gran da risi, öi da trüta o alfabèti
Capo quinto: Pùla a rostu (tacchino arrosto) cun cunturnu da mustarda (ben senapata per gli uomini, dolce per le donne) e una fèta da suprafén cotu in dul ventar daa pùla, cun dü sciguìtti suta sé (aceto).
Capo sesto: Föa ul rosciu (tralcio di vite carico di grappoli appositamente conservato per l'occasione dall'epoca della vendemmia !), e, assieme, furmài da grana e strachén da regunzöla (gorgonzola: io lo scrivo così perché i Sinaghitti in genere lo pronunciavano così !)
Capo settimo: Panatòn e ven cha büscia (rosso per uomini e bianco per donne e ragazzi)
Capo ottavo: Cafè cunt u acquavida.

Basta.

Sul camino, ul sciòcu arde, e tüci i sa tìan apressa, si racconta qualche panzaniga e si fa qualche cantatina. In riserva c'è sempre qualche bottiglione di barbera. Ogni tanto qualcuno scompare: è andato a dormire (cibo e vino han fatto la loro parte !).
Dopo qualche ora, attorno al camino è rimasto solo il gatto.
Il giorno di santo Stefano si godono i "vanzüsci". Col brodo si fa il risotto, con la carne si fa la rustisciàna.
Il giorno appresso: San Giuàn müda i vizi !

Enrico Candiani su materiale di Carlo Azzimonti



Altri articoli di storia