Esempio di furore Bustocco


In veronca cioè “in ves ai ronchi”, ossia verso i boschi.
Questo deve intendersi il significato della parola Veronca, oggi molto nota per via della cappella dedicata alla Madonna, sorta probabilmente sui resti di un tempietto pagano. Nel luogo ove oggi sorge la cappella, si incrociavano le strade che collegavano Como con Abbiategrasso e la strada che dall’Olona conduceva al Ticino. Si trattava di sentieri fra i boschi che, letteralmente, tagliavano fuori i borghi, anche perché, in quei tempi, incontrare gli abitanti dei nostri selvaggi borghi era forse più pericoloso che incontrare i ladri alla macchia !
Sulla cappelletta della Madonna in Veronica, cui il giorno del lunedì di Pasqua è associato “ab immemorabili” la festa cui ancor oggi si è usi recarsi, magari per una fugace visita prima di un più lussuoso “tour” nei luoghi considerati più alla moda come Arona o Stresa, vi sono alcune storie molto interessanti.
La stessa usanza dell’ “insalata e ciàpi” (insalata e uova sode spaccate in due), offerte come primizie al Santo, è significativa della gratitudine della gente per l’incipiente primavera e benaugurate per la nuova stagione agricola. E’ noto infatti che la Madonna in Veronca è sempre stata una protettrice degli agricoltori.
Ora, si narra che durante una terribile siccità, i contadini fossero disperati.

Infatti, poiché anticamente non esistevano sistemi di irrigazione (quantomeno a Busto non c’erano) era evidente che se non giungeva la pioggia, il raccolto rischiava di andare alla malora.
Del resto è noto il proverbio “a sücìna al é püssé brüta dàa tempesta”. Così si decisero a fare un triduo di preghiere a San Grato, il santo posto in cima alla cappelletta in questione, protettore della campagna. Sta di fatto, vuoi per eccesso di zelo (vista l’insistenza delle preghiere), vuoi per dispetto (perché le preghiere eran troppo insistenti e dunque avevano stancato il santo !!!) che non solo venne la pioggia, ma vi fu una grandinata tale che rase al suolo anche il poco di raccolto che era rimasto dopo la siccità.
Fu così che i Bustocchi, “noti per il loro carattere mite e condiscendente”, invece di dar la colpa al demonio, che tutte le prova per crear danno agli uomini, se la presero col san Grato legando un cappio al collo della statua e scaraventandola a terra da sopra il tetto della chiesetta, procurandogli il leggendario “gibollo” di cui ancor oggi si favoleggia.
Non appena il sangue cessò di ribollire, i Bustocchi, che pur erano brava gente, resisi conto del sacrilegio, capirono che la colpa non era da imputarsi al san Grato, ma alle streghe della Donzella, località fra Busto e la cascina Mazzafame, sicchè la statua del santo venne rimessa al suo posto con tutti gli onori, anche se rimase il famoso “gibùl”.



Altri articoli di storia