BUSTOCCO: Lingua o dialetto ?


La grafia uniforme

Nelle precedenti puntate abbiamo esaminato quali debbano essere i requisiti minimi per definire una parlata come “lingua”, verificando così che il nostro Bustocco ha una grammatica scientificamente codificata dai principali tre lavori di Azimonti, Giavini e di chi scrive, sicchè il primo dei tasselli è andato al suo posto.

Veniamo ora al secondo: la sussistenza di una GRAFIA UNIFORME.

L’uniformità grafologica da parte degli autori, da parte di chi, insomma, rende per iscritto una determinata parlata, è qualcosa di fondamentale per distinguere una “lingua” da un dialetto.
Nei dialetti, proprio la mancanza di cultura, la mancanza di persone che si dedichino a studiare, a codificare esattamente e per tutti le regole di scrittura, costituisce il più grave limite che si possa immaginare nel mondo moderno.
Le parlate minoritarie – soprattutto – se non vengono rese per iscritto in modo da esser a tutti comprensibili, finiscono per venir soverchiate da altre parlate, spesso estranee, alloctone direi, che nell’arco di poco tempo spazzano via ciò che è stata una forma di cultura popolare formatasi nei secoli.
Gli stessi uomini e donne che utilizzano quella parlata si sentono culturalmente inferiori rispetto ad altri che, invece, utilizzano una “lingua” che viene scritta, letta, che genera fenomeni culturali rilevanti come la musica, il teatro, opere, romanzi, storie.
Certo, qua e là qualcuno si azzarda a buttare per iscritto qualche composizione, ma ognuno scrive a modo suo, sicchè ciò che scrive Tizio è quasi del tutto incomprendibile a Caio e ciò che scrive Caio è del tutto incomprensibile a Sempronio.
Fuori di metafora: se dieci autori volenterosi si mettono a scrivere, senza però aver prima concordato fra loro COME di deve scrivere e senza avere POI studiato e applicato quella scrittura concordata, allora non siamo in presenza di una lingua ma di un semplice dialetto, una parlata priva di reale contenuto scientificamente tradotto in forme di letteratura.
E la letteratura – come vedremo nella prossima puntata - è il terzo fondamentale pezzo del mosaico che ci permette di dire se una parlata sia anche una lingua.

Sicchè, nel nostro Bustocco come siamo messi ?

I primi scritti in Bustocco risalgono alla fine del ‘700. Alla fine del secolo seguente è iniziata una fiorente scrittura, proseguita più o meno ininterrottamente in tutto il ‘900 e tuttora fiorente.
Il problema è che fino alla fine del XX secolo, nessuno si è messo a STUDIARE come si sarebbe dovuto scrivere in Bustocco. Alcuni letterati bustocchi, formatisi però sul Francese e l’Italiano, hanno finito per prendere a prestito le regole dettate per quelle due lingue.
Lingue che, lo dico subito, sono del tutto estranee alla nostra, salvo avere al loro interno due radici comuni con il Bustocco: la struttura latina, da un lato, e alcune strutture celtiche dall’altro. Fino all’avvento di Luigi Giavini, questa è stata la situazione.
Nella sua magistrale opera “Al lissi, al füssi, al sissi”, Giavini mette una pietra miliare nello studio della grafia bustocca, chiarendo senza possibilità di smentite le modalità di corretta scrittura del Bustocco, ponendo regole precise del tutto ragionevoli, oltrechè corrette sul piano tecnico.
Personalmente sono totale sostenitore di quel metodo, avendone contestato – ma non si tratta di una contestazione al lavoro di Giavini, quanto piuttosto all’intera tradizione italianocentrica – unicamente un singolo punto concernente la scrittura del pronome femminile singolare in terza persona nella coniugazione verbale. Dettagli.
Ho poi completato lo studio glottologico delle vocali, basandomi sul triangolo fonetico di Ascoli.

Oggi esiste un metodo inoppugnabile per approcciarsi alla scrittura bustocca, e numerosi autori contemporanei si sono adeguati, rendendo così più facile, oltrechè più giusto, scrivere e leggere il Bustocco.

Tuttavia, se osserviamo il panorama degli autori, quelli che hanno deciso di pubblicare libri in Bustocco, ci troviamo ancora di fronte – in molti casi - ad un metodo naif, un metodo decisamente ‘dialettale’ di scrivere, ossia: ognuno fa come gli pare.

Dal mio punto di vista, ritengo che chiunque desideri scrivere in Bustocco lo debba fare liberamente. Se non ha studiato il metodo ‘giaviniano’ pazienza: scriva come gli viene. Sarebbe poi buona cosa che, con la consapevolezza di chi sa… di non sapere tutto (come ci insegna il grande Socrate), accettasse consigli su una miglior redazione formale del Bustocco, contribuendo così a rendere il Bustocco una lingua e non un rozzo dialetto.

Passi avanti ne sono stati fatti, su questo fronte: numerosissimi e delicati autori contemporanei chiedono aiuto e personalmente lo offro con grande entusiasmo. Altri rifiutano la scienza. Così come esistono i no-vax e i terrapiattisti, esistono anche coloro che rifiutano di confrontarsi. Ne prendiamo atto.
Su questo fronte, possiamo dire che il Bustocco è una lingua, nella misura in cui esistono delle precise ed inoppugnabili regole di scrittura.

Che poi ci sia chi rifiuta di utilizzarle, non va a discapito della lingua, ma a discapito di quegli autori.

A fatica, dunque, ma anche il secondo tassello del mosaico è a posto. Vedremo nella prossima puntata se anche il terzo tassello (la letteratura) è presente in Bustocco.


Enrico Candiani – 13 febbraio 2022