Il giardino dei miracoli


Anni '20

Mio padre - che da pochi anni era tornato dall’America, e se non mi tradisce la memoria, mi sembra di aver sentito parlare che avesse portato cinquanta sterline oro - sta di fatto che lui aveva già comperato questo terreno sul quale esistono attualmente le nostre case. Sta poi di fatto che su questo terreno lui avesse già piantumato ogni specie di frutti (una cosa veramente stupefacente); lui però lavorava a Bienate nella tessitura Ratti, in qualità di meccanico veramente specializzato, poiché stava trasformando i telai normali in telai per la produzione di spugna, compito assolutamente non facile, ma lui era tanto bravo che ci riuscì.
In quel periodo decise di costruirsi la casa, e mio nonno materno - che si chiamava Pà Giuanén, detto il “Masson”, perché era stato in Francia a fare il muratore - gli ha dato un forte aiuto per mettere in piedi queste mura; la sabbia occorrente l’avevano cavata dal giardino stesso facendo un piccolo burrone, io stesso ho portato alcune carriole di sabbia, e quando ha fatto l’attuale veranda di ferro battuto a caldo, aiutato anche da mio fratello, io giravo la maniglia della fucina per daria aria onde alimentare la potenza del carbone acceso. Nella casa finita ci siamo trasferiti nel 1927, e in questo periodo avevano iniziato la costruzione della chiesa nuova progettata dall’arch. Azzimonti (Sinaghino). recte: Ingegnere, n.d.r
Ricordo bene che io e Magugliani, compagni delle elementari, andavamo spesso a giocare sotto i tunnel delle prime fondazioni della chiesa che stavano costruendo.
In quella stradina a nord della costruenda chiesa, c’era una sola cascina; il figlio di questi era con noi a scuola, ma era incontinente e se la faceva sempre addosso, ma per noi era anche un buon amico, anche perché con il libretto della cooperativa di sua madre prelevava da questa molto cioccolato che noi mangiavamo assieme. Ma un giorno fu scoperto e furono guai.
Ritornando idealmente nel giardino frutteto di mio padre, ci fu un giorno che dopo aver pranzato sono salito su un grosso ciliegio e mi sono preso la briga di mangiarle contandone trecento. Ma poco tempo dopo son maturate le pesche, e in quel caso sulla pianta son salito io e mia sorella Rita. Beh, ne abbiam mangiate solo trentacinque peruno, ben contate.
La scuola poi incominciava a far sentire il suo impegno, la nostra maestra si chiamava Lega ed era moglie di un gerarca fascista; classe di quaranta ragazzi, la vita era un po’ dura anche per lei, ma tutto andava abbastanza bene, e per cinque anni siamo stati sempre con lei.

Gino Candiani


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