Naufragio sulle coste pugliesi




Un giorno riceviamo l’ordine di partire per l’Albania: dovevamo appoggiare in mare, davanti ai porti di Corfù e Santa Mauria, degli sbarramenti retali con le mine appese, per proteggere le nostre navi all’interno ed impedendo l’accesso ai sommergibili nemici.
Ma dopo l’operazione, al rientro e con il mare in burrasca, ai primi di febbraio, già si vedeva Brindisi in lontananza quando degli aerei inglesi ci hanno bombardato e mitragliato. Una bomba fatale ci colpì a poppa vicino all’elica, provocando il nostro affondamento alquanto rapido: nessuno di noi è morto e nemmeno rimasto ferito; io mi ero messo due salvagente, dalla lontana spiaggia i pescatori avevano intuito la tragedia, ma col mare fortemente in burrasca non potevano buttare le barche al mare.
In quel momento lo stesso mare ci venne in grande aiuto, perché le onde lunghe ci buttavano verso terra rapidamente. Il freddo era insopportabile all’esterno al punto che per scaldare un po’ la testa la tenevo saltuariamente sott’acqua. Dopo qualche ora arrivammo sulla spiaggia anche senza il nostro diretto intervento. Già c’era la croce verde ad aspettarci e ci hanno portati nel piccolo ospedale di Francavilla Fontana, dove rimasi per ventitré giorni. Mi si era creata una forma di ittero intestinale, un po’ per il freddo e un po’ per lo spavento, ma una giovane suora mi ha seguito con tanto amore: sono certo che si era innamorata di me.

Gino Candiani

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